Venerdì 25 Maggio 2012
   
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ARGANESE: CRISI ECONOMICA LOCALE, DAL PARTITO DEMOCRATICO ALCUNE PROPOSTE PER LA SOLUZIONE

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In questi giorni è ricorrente l’utilizzo, anche da parte di consiglieri del nostro Comune, del temine “Keynesiano” per definire le modalità attraverso il quale i governi di tutto il mondo stanno tentando di contenere l’impatto della crisi finanziaria sull’economia e di uscirne.

A dire il vero questo vocabolo era stato dimenticato, negli scorsi anni, e non sarebbe più attuale.

Dai miei studi e ricerche economiche ricordo che il principale ragionamento di Keynes, ben 70 anni fa, si fondava sul fatto che in una crisi nella quale cittadini e imprese siano nel panico e tendano a limitare la spesa, l’unica via d’uscita, per evitare una depressione derivante da mancanza di domanda, è che lo Stato si sostituisca ai privati, aumentando la spesa pubblica. Però con tale asserzione Keynes criticava la teoria classica dell’economia che vedeva all’interno del mercato dei meccanismi autonomi ed endogeni che potessero consentire il ritorno all’equilibrio tra domanda e offerta di beni e di lavoro.

Pertanto si inflaziona, a volte anche inopportunamente, il vocabolo.

Per fare un discorso serio, però, si devono capire i motivi che hanno condotto il nostro sistema economico alla crisi attuale. Solo così potremo valutare se, per proteggerci, serva un aumento della spesa pubblica, anche arrivando al paradosso keynesiano di far “scavare buche e poi farle riempire ai disoccupati”, come qualche consigliere comunale asserisce, con un intervento massiccio del Pubblico nell’economia oppure se si debba lasciare il mercato a se stesso oppure cercare di regolamentarlo in modo serio con interventi pubblici efficienti ed efficaci.

La crisi attuale, dalla analisi dei dati macroeconomici, affonda le sue radici in un eccesso di investimenti, in una sovrapproduzione di mezzi di produzione e prodotti rispetto al saggio di profitto aspettato dagli imprenditori. Pertanto, l’aumento di liquidità generato, anziché in nuovi investimenti e nuova occupazione, si è tradotta in speculazione finanziaria ed immobiliare, al limite, in ristrutturazioni e delocalizzazioni che hanno ridotto  addetti e salari con la compressione dei consumi e la capacità di restituire i debiti privati contratti.

La ricetta di Keynes invita, nei casi di crisi della domanda, di ricorrere al cosiddetto “deficit spending”. In pratica lo stato sostiene l’economia indebitandosi con l’emissione di titoli di debito pubblico. Negli anni '30, anche se in maniera non entusiasmante, aveva funzionato. Ma non è detto che funzionerà nel contesto attuale a distanza di ben 70 anni !! Infatti dobbiamo tener conto dell’enorme livello dell'indebitamento pubblico nei paesi sviluppati ed a questo dobbiamo, anche, sommare quello privato. Inoltre, a differenza del periodo della Grande Depressione del ‘29, i processi di globalizzazione hanno determinato la totale apertura delle frontiere ai flussi finanziari ed economici. Questo comporta, oggi, una diversa possibilità per gli stati di reperire risorse (ad esempio un titolo di debito tedesco è più appetibile che quello francese) e, soprattutto, la incertezza che queste risorse portino sviluppo e rilancio della propria economia o territorio che non a vantaggio di altri territori.

Ecco perché in questa crisi le ricette Keynesiane potrebbero non essere risolutive.

Al riguardo vogliamo definitivamente togliere il dubbio a qualcuno ed evidenziare che il “deficit spending”, ossia indebitarsi per compiere delle opere pubbliche, significa, sia a livello nazionale che locale, maggiore indebitamento e in definitiva più tasse per i cittadini attuali e futuri.

Riteniamo che certamente lo Stato e gli Enti Locali debbano intervenire da supporto alla economia ma non nella direzione dello “Spendere per spendere”, come qualcuno argomentava a livello locale, quale sistema per dare uno stipendio a qualcuno (anche per non fare niente !!!! ) ed anche se non fosse di Cassano, sostenendo la tesi illogica, che nessun economista potrebbe supportare, che tanto in recessione qualunque spesa aumenta la domanda e sostiene l’economia.

Questa è una ricetta fallimentare.

Riteniamo invece che adesso sia il momento di spendere somme pubbliche per colmare delle importanti carenze nei servizi pubblici, dalla sanità, all’istruzione, ecc.. Pertanto interventi fiscali il più possibile limitati a migliorare quei servizi pubblici che davvero siano carenti in un territorio. Interventi tesi a sostenere in primis le fasce più deboli della cittadinanza.

Tagli fiscali a famiglie e imprese sono interventi di gran lunga più efficienti che quelli tesi a “spendere per spendere” giusto per dare lo stipendio a qualcuno che in termini pratici significa “sperpero del denaro pubblico”.

 

Rimaniamo un attimo perplessi su quanti intendono con il denaro pubblico stimolare i consumi privati oppure spendere denaro pubblico in opere soltanto per dare uno stipendio a “qualcuno”, i quali secondo Keynes, contribuiscono a far crescere l'occupazione. Infatti questo stimolo è efficace solo se aumenta la domanda verso le imprese nazionali o locali (che aumentano la produzione e quindi l'occupazione), ma non se questa si rivolge all'estero o al di fuori del proprio territorio, come accade in un'economia aperta.

A nostro parere pertanto ritengo che l’azione del “pubblico”, anche per gli enti locali, dovrebbe essere rivolto:

-  alle fasce più deboli che in questo momento seriamente non riescono ad affrontare la “crisi”;

- ad investire nei servizi pubblici che possano sostenere, indirettamente, le famiglie;

- a sostenere il territorio locale con apposite azioni di marketing territoriale rivolte, anche, ad attrarre investimenti da altri territori (nuove imprese, rilancio serio del turismo, ecc.ecc.).  
- allo stimolo dell’investimento privato (attraverso la leva fiscale, ed incentivi rivolti a nuove imprese, a nuove assunzioni, a nuove idee, ecc). Infatti occorre sollecitare il dinamismo imprenditoriale ed in particolar modo all’innovativa da cui dipende una crescita economica intensa e duratura.  

 

Bisogna, quindi, pensare ad un nuovo ruolo, sociale e pubblico, dello Stato e degli enti locali. Uno Stato ed un ente che democraticamente organizzi e pianifichi l’attività economica, in modo da determinare una nuova redistribuzione del reddito ed una gestione razionale e senza sprechi delle risorse umane e della natura. Uno stato ed un ente locale che investa in “spazi” o “opportunità” non ancora del tutto utilizzate che possono essere volano di un nuovo sviluppo.

Concordiamo in pieno su alcuni economisti che ci hanno lasciato in eredità l’idea che “non esistono pasti gratuiti”, cioè che le risorse sono limitate e per ottenere un obiettivo bisogna sacrificarne un altro. “In depressione – dice l’economista Premio Nobel Krugman – esistono i pasti gratis, se solo riusciamo a procurarceli, perché ci sono vaste risorse inutilizzate che possono essere rimesse al lavoro. La vera scarsità – ai tempi di Keynes come ai nostri – non è nelle risorse ma nella nostra comprensione”. 

Permetteteci di evidenziare che tale frase è più attuale di quella keynesiana secondo la quale dobbiamo “far scavare buche e poi farle riempire ai disoccupati”.

 

Dott. Quirico Arganese

 

Partito Democratico – Gruppo di lavoro “economia e sviluppo”

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