“Le storie non appartengono a nessuno, tranne a colui che le ascolta”. Esordisce così Davide Ferrario, celebre autore e regista, quando parla di “Sangue mio”, la sua ultima fatica letteraria, che dopo sedici anni segna il suo nuovo ritorno alla scrittura.
Sin dal 1985 Ferrario, infatti, ha realizzato diversi capolavori con la macchina da presa, ovvero film, cortometraggi, documentari e sceneggiature, fino ad ottenere ben tre nomine al premio David di Donatello 2005 per il lungometraggio intitolato “Dopo mezzanotte”, interamente realizzato in digitale all'interno del Museo Nazionale del Cinema di Torino.
“Sangue mio”, presentato venerdì nel Liceo Leonardo-Platone di Cassano, raccoglie episodi di vita realmente vissuti dei detenuti che l’autore ha incontrato nel carcere di Torino, dove da diversi anni è alle prese con il volontariato: quest’ultimo un termine da lui poco condiviso ed apprezzato, poiché a suo parere rimanda a figure ed opere di “missionari”, e missionario lui proprio non si sente, visto che è capitato lì per caso. Ma chissà, forse il destino già sapeva cosa tutto questo avrebbe scaturito.
Tutto si snoda, dunque, durante un viaggio lungo e lento, che due protagonisti intraprendono per arrivare da Torino a Maratea: in questa occasione padre e figlia scoprono la propria reciproca appartenenza, il legame non solo affettivo che li unisce, ma anche biologico, su uno sfondo dominato dalla galera e dalla malattia. Questo viaggio dell’anima, si concentra però sul corpo, sul peso che esso assume in ogni essere umano, data la sua ambigua valenza: una potente arma in grado di far spalancare le porte del successo, ma anche una trappola mortale, destinata a consumarsi dentro e fuori, quindi ad una decadenza irreversibile.
“Perché meditare sulle meraviglie del cielo, sempre così lontane da noi, quando è possibile riflettere ed apprendere da ciò che ci circonda qui sulla terra?!”: questo è il pensiero dell’autore in merito alle metafore sugli animali che ricorrono nell’opera, mentre del suo rapporto con le donne poche ma essenziali parole: “sono il motore del mondo, perché rispetto agli uomini hanno meno principi, ma più concretezza”. Che dire sui giovani di oggi invece? Ebbene, dinanzi ad una delle peggiori stagioni che essi stanno vivendo a causa di svariati problemi, in primis della precarietà e dell’organizzazione scolastica, tali disagi in un certo senso accomunano vecchie e nuove schiere generazionali. La questione, a parere dello scrittore, che rende difficoltoso il superamento di questa situazione è la mancanza basilare di un’idea di “futuro”, ossia di un disegno in cui i ragazzi possano tratteggiare e poi definire la propria realizzazione, senza tralasciare il fatto che a questo contribuiscono senza dubbio anche e soprattutto gli adulti.
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